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«Anche
la Chiesa cerca E.T.»
Padre Koch, l’astronomo del
Papa: troveremo nello spazio nuove forme di vita
Il vicedirettore della Specola
Vaticana:
vi racconto i gesuiti che scrutano il cielo
Il
Messaggero Giovedì 19 Luglio 2007
19/07/2007 | NAZIONALE | INTERNI | Pag. 14
“Qui a Castel Gandolfo lavoriamo
insieme alla Nasa e ai più grandi
osservatori astronomici”
di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL VATICANO - Studiano nebule, asteroidi, sistemi
extrasolari. Vengono consultati regolarmente dalle più
grandi agenzie spaziali del mondo, collaborano con la Nasa
per far luce sui dischi protoplanetari delle stelle doppie.
Oltre al rosario fanno quotidiano uso del telescopio. Sono i
dodici astronomi di Papa Ratzinger, una task-force di
detective dello spazio alla ricerca di vita nell'universo.
Padre Giuseppe Koch, vice direttore della Specola Vaticana,
parla dell'attività scientifica dei gesuiti
dell'Osservatorio astronomico di Castel Gandolfo. Il
prossimo ottobre ospiteranno 200 tra i migliori cervelli al
mondo per uno dei più grandi convegni sull'origine delle
galassie a disco.
Padre Koch perchè mai il Vaticano si interessa di scoprire
se nell'universo ci sono gli extraterrestri?
«Da quasi cent'anni c'è un gruppo di padri gesuiti che si
occupa dei diversi campi dell'astronomia; dalla cosmologia,
alla classificazione delle stelle, allo studio delle
galassie, fino a quello dei satelliti e degli asteroidi. Una
attività di osservazione, condotta in sinergia con quella
dei più grandi osservatori astronomici, per cercare di
capire qualcosa di più sul nostro universo».
Avete
capito se ci sono forme di vita su altri pianeti?
«Una delle scoperte più importanti degli ultimi anni, fatta
nel 1995 da due astronomi svizzeri, di cui uno, Didier
Queloz che ha insegnato nell'ultimo dei nostri workshop
estivi, riguarda l'individuazione di una stella simile al
sole, nella costellazione di Pegaso, ed un pianeta orbitante
intorno a questa stella. Da allora sono continuamente
arrivate conferme di altre stelle e pianeti extrasolari.
Oggi i pianeti extrasolari scoperti sono 240, una crescita
esponenziale che ci fornisce gli strumenti per comprendere
meglio l'universo».
Ma c'è o non c'è vita sui pianeti extrasolari scoperti?
«Finora no. Pegasi 51b, per esempio, è un pianeta gassoso di
tipo gioviano che nel sistema solare sarebbe ad una distanza
di 10 volte quella della terra dal sole. Differentemente da
Giove orbita attorno alla sua stella otto volte più vicino
di quanto lo sia Mercurio al Sole e con un periodo di
rivoluzione di pochi giorni. Su un pianeta di tale tipo è
impossibile pensare che possa esserci qualche forma di vita.
Ma con più di 200 pianeti, sulle cui caratteristiche già
facciamo statistiche, il campo delle possibilità di vita si
va ampliando. E poi man mano che passano i giorni si
individuano pianeti di dimensioni e massa più simili alla
terra. Insomma, non disperiamo».
Allora
E.T. potrebbe esistere, l'universo non è vuoto...
«Penso che vi sia la possibilità di rintracciare forme di
vita, almeno primordiali. Tuttavia occorre distinguere tra
forme embrionali di vita, dalla presenza di vita
intelligente, questa ha avuto bisogno di 3,5 mliardi di anni
per svilupparsi. L'orizzonte della ricerca attuale prevede
che in una ventina d'anni si possa arrivare a determinare
degli indizi di presenza di vita embrionale su qualcuno di
questi pianeti».
Per gli scienziati quali sono le condizioni necessarie
affinché su un pianeta si sviluppino indizi di vita?
«La possibilità dipende non solo dalla massa del pianeta ma
dalla sua posizione rispetto alla stella, si parla di zona
di abitabilità intorno ad una stella, poi dal tipo di orbita
e, ovviamente, dalle condizioni necessarie alla presenza di
acqua allo stato liquido».
La sua
fede le è mai stata d'intralcio alla sua attività
scientifica?
«No. La fede è dono e risposta ad un presentarsi del mistero
di Dio. Non può essere ricondotta a una metodologia di
carattere quantitativo. Sarebbe costringente alla mente
dell'uomo, non rispettosa della nostra libertà».
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